giovedì 16 ottobre 2014

Giovanni Battista Piazzetta, Gloria di San Domenico


Giovanni Battista Piazzetta

Gloria di San Domenico, 1727, Venezia, Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.



mercoledì 3 settembre 2014

In bici lungo la Valle Ofantina

La Puglia è sicuramente una regione che si presta alle escursioni extra moenia in bicicletta. Girare per le campagne pugliesi è un’esperienza unica: muretti a secco, uliveti, vigneti e sole che ti stordisce a dovere. I vigneti nel barese non vengono coltivati con la tipica disposizione a filare, si preferisce la coltivazione detta a tendone, ovverosia la costruzione di un vero e proprio telaio di fili metallici e pali a formare un pergolato. Tale tecnica di coltivazione forma lungo il territorio delle enormi zone di verde, assimilabili a delle praterie sospese sul terreno.
Ofanto visto dal ponte romano
Ofanto visto dal ponte romano

E’ bello dunque percorrere queste strade che, talvolta, costeggiano degli avvallamenti dominati da leggere alture carsiche. Costeggiando in bici la Valle dell’Ofanto, da Canne della Battaglia (vedi qui) a Canosa di Puglia, oltre che a godere di questi paesaggi, potrete arrivare all’antico ponte romano. Canusium, infatti, come dimostrano i numerosi ritrovamenti archeologici, fu, in epoca romana, un centro tutt’altro che marginale e, a circa tre chilometri dall’attuale centro, si può ancora visitare il vecchio ponte posto sul tracciato dell’antica via Traiana. Sebbene la struttura di questo ponte è stata rimaneggiata più volte nel corso della storia, conserva ancora la sua sagoma originaria: a schiena d’asino, cinque arcate a tutto sesto e pilastri rinforzanti. A qualche centinaia di metri da questo ponte si trovano anche i resti di un mausoleo romano, detto Mausoleo Bagnoli, ascrivibile al II sec. d.c, rapportabile alla committenza del patriziato locale.
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Canosa non è solo antichità romana, qui infatti fu vescovo Sabino di Canosa nella prima metà del VI sec. (poi diventato San Sabino), importante personaggio legato all’evangelizzazione e alla costruzione di edifici ecclesiastici (vedi il rudere della Basilica di San Leucio). Il centro storico della città si adagia su un declivio a dominare la valle ofantina. Assomiglia a quello di molti centri pugliesi dell’entroterra. La Puglia infatti, a parer mio, ha due peculiarità urbanistico-paesaggistiche: le città dell’entroterra dominano queste valli dipinte dalle sfumature di vigneti e uliveti, le città della costa dominano la pianura liquida dell’adriatico. Quando si scende in provincia di Brindisi, dove le piccole città hanno conservato meglio il candido aspetto bianco e subìto meno gli scempi dell’industrializzazione, queste piccole chiazze bianche, all’imbrunire, sembrano il riflesso delle stelle nascenti nella distesa arborea di ulivi ora oscuratasi.
La città di Canosa si sviluppa su due alture, le sue vie principali regolarizzano in facciata una maglia viaria retrostante più serpeggiante.
Queste assi viarie sono caratterizzate dalla presenza di piccole palazzine che raramente oltrepassano il piano nobile. Sono case che nascevano spesso come abitazioni monofamiliari di origine contadina, con i piani inferiori destinati ad accogliere il bestiame e le provviste di grano e cereali. Queste case formano dei cordoni dal profilo eterogeneo, con delle facciate parecchio variegate a seconda degli interventi subiti attraverso la storia degli stili architettonici: si va da quelle rimaste bianche con i muri imbiancati a calce, a quelle con muratura a pietra viva, a quelle con rifacimenti dei livelli superiori, ora dall’aspetto nobilitato da un classicismo di periferia, ora da un liberty dal sapore padronale. A ridosso di queste facciate aristocratiche viveva il volgo, con abitazioni molto più umili e spesso disposte lungo piccole viuzze che si inerpicano verso l’altura: sono le piccole stradine lungo le quali, ancora oggi, sono solite sedere fuori dalla soglia della porta le vecchine vestite di nero. Alle pendici di queste alture, uscendo in periferia, si ritrovano delle depressioni carsiche con piccole grotte, piante di fico d’India e altre essenze arboree ad inebriare l’olfatto. Purtroppo molte di queste città hanno subìto, e subiscono ancora oggi, un continuo assalto da parte della speculazione edilizia; non è difficile infatti ritrovare un edificio sì bianco, ma in perfetto stile Miami beach, accostato ad una di quelle palazzine di cui si diceva. Il problema è che non si è ancora capito -o si fa finta di non aver inteso- che molte di queste porzioni di città, anche quelle relativamente recenti (fine ’800- ’900), hanno una propria armonia interna ed esterna e si innestano in un continuum architettonico che ci parla delle medesime dinamiche socio-economiche legate alla civiltà della terra.
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A Canosa ci sono sicuramente tante cose interessanti da vedere. Meritevole di un’attenta visita è la la Concattedrale di San Sabino, chiesa il cui interno è curiosamente voltato a cupole impostate su bellissime colonne di marmo antico di reimpiego. Qui si possono seguire gli inizi del romanico pugliese, basti solo guardare il Pulpito dello scultore-arcidiacono Accetto (datato da alcuni al 1030/40, da altri ritenuto della seconda metà del secolo) e la Cattedra per il vescovo Ursone realizzata da Romualdo (1080-1089). In entrambe le opere compaiono due cifre stilistiche tipiche: gli elefanti a sorreggere la cattedra, elemento di matrice orientale che caratterizzerà di lì a poco anche le decorazioni plastiche degli esterni delle chiese, nel Pulpito di Accetto la faccina stilizzata, forse di moro, sulla quale si staglia l’aquila del leggìo. Quest’ultima sarà motivo ripetuto anche nei capitelli. Fuori dalla chiesa di San Sabino vi è poi sepolto, all’interno di un nobilissimo mausoleo, Boemondo d’Altavilla, aristocratico normanno partito per conquistare la Terra Santa e divenuto signore d’Antiochia (morto nel 1111). Di questa sua impresa a Oriente si ravvisano gli echi sia nella lavorazione arabeggiante di alcuni particolari del mausoleo, sia nella forma dello stesso, elaborata probabilmente su modello del Santo Sepolcro di Gerusalemme (per una descrizione più dettagliata rimando qui).
Lo scorrere del tempo, l’avvicendarsi di popoli e culture attraverso i secoli, la morfologia del territorio e le modificazioni antropiche del paesaggio rendono la Puglia una regione che vale la pena di visitare lentamente, perché leggere le pietre, gli scorci, i dipinti naturali e artificiali di questi luoghi, direttamente in situ, è un’esperienza affascinante che ancora si può vivere lontani dalle mete del grande turismo omologato.Scendere dall’auto e prendere la bicicletta sarebbe un buon modo per farlo e godere di un’immersione totalizzante tra campagna, cielo e, perché no, mare.

Canosa_Cattedrale2Particolare internoInterno Chiesa di San SabinoPulpito di AcettoPulpito di AccetoPulpito di AccettoMausoleo di BoemondoMausoleo di BoemondoPortale bronzeo Mausoleo di BoemondoParticolare portaleParticolare portaleParticolare portaleParticolare portaleParticolare portaleInterno mausoleo
IMG_20140819_181422Interno mausoleoCattedra vescovileCattedra di UrsoneParticolare cattedra

martedì 22 luglio 2014

Jacopo Ligozzi, “pittore universalissimo”

A Firenze si celebra Jacopo Ligozzi, il pittore della natura. Una mostra dal titolo programmatico volta a ripercorrere la variegata attività dell’artista.
Firenze, Galleria Palatina 27 maggio – 28 settembre 2014
http://oltreilguardo.altervista.org/wp-content/uploads/2014/05/Allegoria-dellavarizia-metropolitan-1590-ca..jpg 
Jacopo Ligozzi, veronese di nascita, svolse la sua attività a Firenze impiantando una solida bottega. La sua presenza nella capitale granducale è fortemente documentata a partire dal 1577 – anno in cui figura presso la corte medicea- al 1627. Versatilità, genio creativo, invenzioni allegoriche e padronanza di complesse tecniche coloristiche hanno connotato l’attività di questo pittore non, o poco, omologato ai precetti delle tre arti del Disegno dell’Accademia fiorentina. La mostra di Palazzo Pitti vuole illustrare le sfaccettature di questa intensa produzione: dalle celebri illustrazioni naturalistiche realizzate a disegno acquarellato e lumeggiature dorate, all’attività da ritrattista, alla regia di importanti apparati decorativi (si pensi alla perduta decorazione fantasiosa della Tribuna degli Uffizi commissionatagli da Francesco I tra 1583 e 1584). 
Ed è nel primo decennio di attività fiorentina che esegue le tavole zoologiche e botaniche tanto apprezzate da Ulisse Aldrovandi e pienamente inserite in quel clima (quasi) enciclopedistico promosso da Franceso I, così da far(ci) apparire per slittamento antonomastico, come è stato detto1, Aldrovandi il nuovo Aristotele e Ligozzi nuovo Apelle.
Ligozzi fu anche pittore di storia, nella sua produzione infatti si occupò di apparati celebrativi. Non può non essere ricordata, a tal senso, l’impresa nel Salone dei Cinquecento, simbolo del potere medieceo, in cui dipinge i due enormi quadri su ardesia raffiguranti l’Incoronazione di Cosimo I (1591) e Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini (1592); opere in cui si firma provocatoriamente “Miniator”. Dell’intensa e multiforme attività di questo “pittore universalissimo” non va inoltre sottovalutata la progettazione grafica di raffinatissimi oggetti in pietra dura, ricami e tessuti.
 Di singolare interesse è anche la serie di invenzioni allegoriche: l’Allegoria della Redenzione, l’Allegoria dell’Amore che difende la Virtù contro l’ignoranza e il Pregiudizio, l’Allegoria della Vanitas e l’Avarizia quest’ultima in mostra e immagine copertina del Catalogo, in prestito dal Metropolitan di New York).
Una parte della mostra è dedicata anche alle opere religiose; un’attitudine del pittore sviluppata sin dai primordi del soggiorno fiorentino ma intensificatasi a partire dal 1591, anno in cui, a seguito della realizzazione della Deposizione per il convento dei cappuccini di San Gimignano, è costretto a chiudere la bottega che teneva presso gli Uffizi, a causa dell’infrazione delle clausole contrattuali che lo impegnavano a dipingere unicamente per i Medici. A testimoniare questa sua fase, il San Girolamo sorretto dall’angelo appartenente alla chiesa di San Giovannino degli Scolopi, del Martirio di Santa Dorotea di Pescia e dell’Adorazione della Croce recentemente ritrovata nella chiesa di Sant’Andrea a Percussina, importante supplemento al catalogo dell’artista.

Catalogo della mostra: http://www.libreriauniversitaria.it/jacopo-ligozzi-pittore-universalissimo-verona/libro/9788883477317


1Marte Elena De Luca e Marzia Faletti, Jacopo Ligozzi “altro Apelle”, Firenze, Giunti, 2014.
11959 OrnatoJ.Ligozzi, Incoronazione di spine ,olio su tela, Galleria PalatinaOrazione nell'Orto, Firenze, galleria PalatinaUffizi, Ritratto Virginia de' Medici2953 Figura

Cena a Ponte Santa Trinita


A Firenze i potenti occupano il Ponte Santa Trinita per cenare e autocelebrarsi.


Vivo a Firenze, è una bellissima città, uno di quei rari angoli di mondo che non finiscono mai di stupirti. L’altro giorno però, e purtroppo non è la prima volta che accade, questa città mi ha stupito negativamente. Ho sentito della cena-cerimonia, alias “Grande Evento”, a Ponte Santa Trinita, per omaggiare lo stilista Ricci che ha donato la nuova illuminazione per Ponte Vecchio (ammesso che ve ne fosse realmente bisogno) e mi è venuto un senso di ribrezzo, anzi no, di vuoto. Ancora adesso, ad immaginare la pompa magna con quelle due belle facce -Renzi e Nardella- accomodate a mangiare sul ponte con tutta la corte al cospetto mi fa cadere in uno stato di angoscia. Eh sì, non solo perché l’operazione sancisce, rafforza e in un certo senso blinda anni di operazioni di questo tipo contro il patrimonio culturale, ma anche perché dimostra quanto siamo un popolo corrotto. Immaginate, infatti, tavolini agghindati a dovere, camerieri a servire piatti e vini pregiati ai tavoli allestiti lungo il detto ponte1, chiacchiericci, fotografi, testate giornalistiche e telegiornali a ritrarre il tutto, mentre, dall’altro lato del ponte la gente (a)normale ad assistere a cotanta ingordigia; come se tutto ciò fosse normale.

Viene da chiedersi se questa cena possa dirsi davvero una cena privata: in primo luogo perché è una cena concessa da un’autorità pubblica che, anche se gestisce la cosa pubblica come fosse cosa privata, gode, in virtù di un finanziamento da privati, di un ritorno di immagine che servirà a rafforzare la sua autorità pubblica; in secondo luogo perché la folla che sta lì ad applaudire -e a non percepire quanto di anomalo sta accadendo- è quella stessa folla che ritenendo tutto ciò assolutamente normale, oblitera un modello e rende banale ciò che in realtà è pesantemente corrotto. Sarebbe come autorizzare qualcuno a dire verso noi stessi la celebre frase del film Il Marchese del Grillo “Ah… me dispiace, ma io so’ ioe voi non siete un cazzo!”

E’ quella stessa folla che, ammaliata quotidianamente dalla televisione, addirittura, ora, può vedere vivificarsi, come per magia, questi omini che occupano perennemente la scatolina del potere. E così, improvvisamente, la donnuccia piccolo borghese sogna per un momento di essere la First Lady e suo marito per una volta è più tranquillo per averla portata fuori e averle permesso di sognare…

Ecco perché siamo un paese corrotto, lo siamo perché i valori non solo vengono elusi, ma, addirittura, riescono a farci credere che non esistano…e permettiamo loro di far tutto ciò!


P.s. Non entro in merito alla questione di come Nardella, attuale sindaco di Firenze investito da Renzi, trattava i suoi studenti durante gli esami dei suoi corsi -indovinate un po?- di legislazione dei Beni Culturali (siamo di nuovo a quel “io so’ ioe voi non siete un cazzo!), ma ci terrei a raccontarvi di come camminare per Firenze significhi vedere una città letteralmente invasa da piattaforme per tavolini ed espansioni nauseabonde di attici sull’Arno, entrambe dall’improbabile esecuzione architettonica; di come potreste entrare nello storico caffè, Le Giubbe Rosse, in cui si riunivano i futuristi e altre eminenti figure della cultura italiana e trovarvi in una serata disco a suon di cocktail... come dire, come foste nel film La Grande Bellezza: terrazzate e festini.