lunedì 16 dicembre 2013

L'Estasi di Santa Caterina da Siena di Melchiorre Cafà





Tav. 1 Estasi di Santa Caterina da Siena, Roma, Santa Caterina a Magnanapoli, 1660-1665.
 
Tav. 1 Estasi di Santa Caterina da Siena, Roma, Santa Caterina a Magnanapoli, 1660-1665.

L'Estasi di Santa Caterina da Siena (tav. 1), presso la Chiesa romana di Santa Caterina in Magnanapoli, si può sicuramente considerare il capolavoro per antonomasia dello scultore maltese Melchiorre Cafà, nonché uno dei più alti vertici dell'intera scultura del Seicento romano.
Sull'allogagione dell'opera non si sono, ad oggi, ancora rintracciati dei documenti specifici; purtuttavia la tradizionale, e pressoché, insindacabile attribuzione allo scultore deriva dalle notizie freschissime che si evincono dal testo del Titi1 e dalla breve biografia che Baldinucci2 gli dedica a conclusione della Vita del suo maestro Ercole Ferrata.
Entrambi gli scrittori, infatti, pronunciandosi a pochi anni dalla morte dell'artista, ci danno delle puntuali informazioni: il primo, oltre ad attribuire l'intero progetto dell'altare al Cafà, quindi la sostanziale idea alla base di tutta la tribuna, menziona una committenza dell'opera avvenuta “con la sopraintendenza di Monsignor Ignatio Cianti”; il Baldinucci, da parte sua, ci dà delle notizie sul suo modo di lavorare, in particolare del fatto “..che egli modellasse al pari dell'Algardi, ed in alcune cose forse meglio” e che “Fu nell'inventare e disegnare bravissimo, ma nel lavorare il marmo ebbe talvolta bisogno dell'assistenza del maestro perché pel grande spirito col quale operava avrebbe voluto il tutto finire in un sol colpo..”.
Dunque, all'estrema abilità dell'artista nella lavorazione di materiali da modello (cera, terracotta, argilla, stucco ecc..) non sarebbe corrisposta una altrettanto elevata capacità d'esecuzione; malgrado ciò il rapporto con il maestro Ercole Ferrata dovette essere tutt'altro che in una condizione di subalternità poiché Cafà, grazie all'estrema abilità disegnativa, forniva modelli compositivi per il maestro, non considerato in questo altrettanto abile.

Nell'Estasi di Santa Caterina l'artista è riuscito a coniugare quell'appassionato furor ideativo, ascrittogli dalle fonti, ad un'esecuzione che eleva quest'opera al pari dei più alti esiti della coeva produzione scultorea berniniana.
Cafà parla un linguaggio nuovo, pieno di echi e rimandi pittorici, sia nel modo di concepire la ratio interna alla composizione sia nel pittoricismo della materia. La santa senese viene raffigurata in estasi, con le mani a incrociarsi verso il cuore; ogni lembo del panneggio si increspa a partecipare della ventata di aria e luce. A sorreggerla una nuvola attorniata da cherubini mentre sullo sfondo a complicare la composizione, che si assottiglia in stiacciato verso l'interno ed emerge in masse verso l'osservatore, una sinfonia di materiali policromi: lapislazzuli, alabastri e marmi di varia tipologia. Il corpo della santa, realizzato in marmo di Carrara, presenta delle proporzioni allungate e si flette seguendo una sagoma curvilinea. Quella che il Cafà mette in atto sembra essere una perfetta sintesi tra scultura a tutto tondo, bassorilievo e pittura.
L'opera guarda al Bernini delle Logge delle Reliquie e a quella meravigliosa compenetrazione tra le arti che lo stesso aveva sapientemente ottenuto nella Santa Teresa della Cappella Cornaro. Come già detto da Rudolf Wittkover3 e Antonia Nava Cellini4, la parabola del Cafà si svolse tutta entro i sette anni che vanno dal suo arrivo a Roma alla sua morte (1660-1667), motivo per cui l'opera dovette essere concepita negli anni in cui l'artista otteneva altre importanti commissioni: il Sant'Eustachio tra i leoni per la chiesa di Sant'Agnese in Agone (1660), la Carità di San Tommaso di Villanova in Sant'Agostino (1661-1663), entrambe commissionate da Camillo Pamphilj, e l'Estasi di Santa Rosa da Lima, opera inviata a Lima dopo la sua morte; tutte opere, queste, non portate a termine dal Cafà. Si dovrà pertanto assumere come arco cronologico di riferimento il lasso di tempo che intercorre tra l'anno 1660 e il 1665.

Oltre all'abilità disegnativa numerosi modelli in cera o in creta del Cafà rimasero, a detta di Baldinucci, presso le fonderie di San Pietro al momento in cui stava lavorando per l'altare della Cattedrale della Valletta; altri invece realizzati per il Ferrata risultano, ancora nel 1686, presso la bottega dello stesso scultore5.

Tav. 2 Melchiorre Cafà, Madonna con Santa Rosa da Lima, Musée du Louvre, Cabinet des Dessins, inv. 9599.
Per quanto riguarda la produzione grafica dell'artista nonostante non ci sia un disegno direttamente riferibile alla Santa Caterina6 risulta interessante confrontare all'opera, malgrado l'iconografia diversa, il bozzetto raffigurante la Madonna con Santa Rosa da Lima (tav. 2), custodito nel Gabinetto dei Disegni del Louvre. Si tratta di un progetto per altare con il medesimo impaginato entro cornice, impostato sull'andamento di linee diagonali; sicuramente una composizione pensata per essere realizzata con quella stessa pluralità di materiali lapidei e la medesima attenzione alla componente luministica che caratterizza la Santa Teresa. Notevole inoltre l'espediente scenico del drappo alla sommità, pensato come una cortina calante sorretta da cherubini e del nucleo scenico che spinge verso il limite spaziale della cornice. Si tratta di tematiche squisitamente berniniane, in generale riferibili a quel complesso quadro culturale che va da Pietro da Cortona allo stesso Giovan Battista Gaulli (di cui Cafà fu amico). Cafà, dunque, devia dalla tipologia algardiana della pala marmorea per realizzare, guardando al linguaggio dell'ultimo Bernini, qualcosa di assolutamente innovativo.

Facendo, invece, riferimento alla produzione plastica del Cafà si segnala il recente rinvenimento, in collezione privata maltese, dell'unica testimonianza riferibile al lavoro preparatorio per l'Estasi Santa Caterina da Siena (tav. 3). La cera, materiale largamente usato per la preparazione di modelli, aveva molteplici vantaggi per gli artisti poiché la sua intrinseca duttilità, oltre a garantire risultati apprezzabili in termini di pittoricismo del modellato, permetteva di trasporre rapidamente in materia il “concetto”; essendo, inoltre, lavorata anche con tecnica additiva garantiva di potervi mettere di nuovo mano lavorando per aggiunta. 

Tav. 3 Modello in cera per l'Estasi di Santa Caterina da Siena, Malta, collezione privata, immagine post restauro.
La formella di Malta ci restituisce la medesima scena della realizzazione in marmo, le uniche differenze si rintracciano nella leggera variazione nella disposizione dei cherubini intorno al nuvolone e negli effetti chiaroscurali dovuti alla modulazione in aggetto della materia, qui meno individuata rispetto alla pala marmorea. Si tratta di modelli dai quali si traevano poi variazioni compositive riutilizzabili per fusioni in bronzo o ulteriori trasposizioni in marmo. Ed in effetti l'opera in questione, stando ad una recente analisi7, fu realizzata inizialmente come modello preparatorio per l'altare, per essere poi rilavorato in vista di una fusione in bronzo o ottone. A testimonianza di questo vengono assunti come principali elementi probanti sia la sottrazione di materiale da tergo, sia il livello di finitura dei particolari; elemento quest'ultimo che risulterebbe incompatibile in vista di una fusione in metallo per la quale la resa minuziosa dei dettagli veniva ottenuta mediante un lavoro, successivo alla fusione, di cesellature e bulinature. Il modello, danneggiato da consistenti crepe, è stato recentemente sottoposto a un restauro8 che ha riportato alla luce l'originale colore rossastro della superficie, modificato a causa delle successive aggiunte di materiali quali gessi e cere di colori differenti. Si è trattato dunque di un intervento volto ad eliminare le tracce di operazioni, ascrivibili a periodi successivi, eseguite per garantirne l'integrità minata ab origine dalla cedevolezza del materiale.


1F. Titi, Studio di pittura, scoltura et architettura nelle Chiese di Roma, Roma, Piccini, 1674, pp. 314-315.
2F. Baldinucci, Notizie de' professori del disegno da Cimabue in qua, Firenze, Tiarini e Franchi, 1681, pp. 525-526 (vedi anche edizioni successive).
3R. Wittkower, Arte e architettura in Italia 1600-1750, Torino, Einaudi, 2005, pp. 460-461.
4A. Nava Cellini, Contributi a Melchiorre Caffà, in “Paragone”, 83, 1956, pp. 17-31; della stessa autrice si veda anche La scultura del Seicento, Torino, Utet, 1982, pp. 94-98.
5Per l'inventario della collezione dello scultore Ercole Ferrata si veda V. Golzio Lo “studio” di Ercole Ferrata, in “Archivi d'Italia”, II, 1935, pp. 66-74.
6Non si ritiene per tanto qui riferibile al progetto per l'Estasi di Santa Caterina il disegno del Landesmuseum di Darmstadt, citato da R.Wittkover e pubblicato in G. Bergsträsser, in «Revue de l’art», n. 6 (1969) pp. 88, come del resto era già stato sapientemente argomentato da J. Montagu, The Graphic Work of Melchiorre Caffà, in “Paragone”, 413, 1984, pp. 50-61.
7T. Sante Guido, in Melchiorre Cafà, Maltese Genius of the Baroque, a cura di Keith Sciberras, Valetta, Midsea Book, 2006, pp. 153-160.
8si veda Melchiorre Cafà insigne modellatore. La natività, l'adorazione dei pastori ed altre opere in cera, catalogo della mostra (Mdina, 4 dicembre), a cura di Sante Guido e Giuseppe Mantella. Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2010. 




mercoledì 9 ottobre 2013

A cosa serve Michelangelo?





Denigrate, bistrattate, sfruttate, malpagate e depresse le facoltà umanistiche, e le stesse materie, appaiono oggi -per colpa delle non politiche di chi ci governa- sempre più sul viale del tramonto. Una di queste discipline, clamorosamente scomparsa dai programmi di insegnamento scolastico, grazie al colpo di genio del nostro ex Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, è la storia dell'arte.
Non voglio stare a fare la solita retorica sulla densità del patrimonio culturale italiano o sulla non corrisposta attenzione da parte nostra e delle istituzioni, vorrei piuttosto raccontarvi un aneddoto successomi qualche mese fa. Insomma, un modo per dimostrare con i fatti come proprio da quelle materie definite dai più “astratte”, “inconcludenti” ecc.. possano rafforzarsi le capacità cognitive di immaginazione, elaborazione e, perché no, di figurazione. E, credetemi, in un momento come questo, ce ne sarebbe tanto bisogno. Vengo al racconto.

Qualche mese fa nella casa in cui domicilio, una di quelle case da studente in cui è difficile trovare tutti i comfort e gli agi a cui più o meno siamo abituati, si è rotta accidentalmente una tapparella. Quando in una casa di studenti succede qualcosa del genere le soluzioni sono due: telefonare alla proprietaria di casa, sperando che questa, in un atto di rara filantropia, faccia subito arrivare un tuttofare ad intervenire, oppure si decide di improvvisare. Ebbene, dopo aver smontato il meccanismo che rende possibile quel miracoloso quanto calibrato sali e scendi, non riuscivo più a rimontare il congegno e, prendendola con filosofia, mi rassegnai all'idea di appellarmi, il giorno dopo, all'atto di clemenza della proprietaria. La sera stessa mi dedicai alla lettura, in particolare alla parte della biografia di Michelangelo in cui Vasari narra le gesta dell'artista prossimo alla realizzazione degli affreschi della Cappella Sistina.
In questa parte della vita di Michelangelo si accenna, molto brevemente, al sistema di ponteggi che lo stesso dovette approntare per realizzare quei capolavori immensi. Fu in quel momento che, stimolato dall'efficace narrazione vasariana, iniziai ad immaginare come potessero essere stati fatti questi ponteggi e  come avrebbe potuto funzionare, ai tempi, un congegno che fungesse da montacarichi. Dalle immagini createsi improvvisamente nel mio pensiero, poco sperante, cominciai ad abbozzare su carta e penna. Il mattino dopo mi fiondai sulla cassa che contiene tutta quella diavoleria e dopo aver messo in pratica quanto avevo appuntato il giorno prima, indovinate un po'? Tutto funzionava!

Ovviamente è un aneddoto da sempliciotti, lo scopo della storia dell'arte è ben altro, gli appassionati della materia lo sanno benissimo, non c'è bisogno di dilungarsi. La riflessione deve se mai focalizzarsi sul fatto che questa disciplina sia stata praticamente abortita dai programmi scolastici ministeriali. Come si (per dirne una!) può pensare di formare degli operatori turistici che non sappiano, neanche a grandi linee, cosa ci sia di bello da vedere nelle numerosissime città d'arte italiane? Lascio a voi la risposta.
Lo scopo di questo post, che prende a prestito il titolo da un libro1 di un noto storico dell'arte, è quello di segnalarvi una petizione online, sottoscritta da eminenti figure della cultura italiana, che vorrebbe sottoporre la questione all'attenzione del nuovo Ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza. Sperando che qualcuno prima o poi inizi a pensare...




1Tommaso Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Torino, Einaudi, 2011



lunedì 12 agosto 2013

La collezione De Nittis: un dono alla città

A Barletta si celebra il centenario della donazione di Léontine Gruvelle, atto d’amore per la città natale di De Nittis.

Era il lontano 1914 quando Giuseppe Gabbiani -pittore anch’egli-, a seguito dell’esplicita volontà testamentaria espressa da Léontine -moglie di De Nittis- di donare l’intera collezione di quadri alla città di Barletta, fu incaricato di recarsi a Parigi per stabilire i dettagli del trasferimento della collezione.
Léontine, donna elegante e contraddistinta da un certo amour pour l’art, aveva coltivato la sua ambizione letteraria scrivendo con lo pseudonimo di Olivier Chantal e, nonostante i problemi economici a cui dovette far fronte, non disperse mai il nucleo più importante dei quadri che finirono così, probabilmente per volontà dello stesso De Nittis, per raggiungere la città di Barletta.
La mostra si presenta come supplemento naturale all’esposizione permanente di Palazzo della Marra poiché vengono esposte delle opere appartenenti ai depositi dello stesso museo. Si tratta di opere di diverso genere: dalla pittura ad olio, alla grafica, dai pastelli -tecnica questa molto amata da De Nittis- agli acquerelli.
Una mostra che, nata per supplire all’impossibilità di portare a Barletta la grande mostra su De Nittis di Palazzo Zabarella a Padova, si presenta come integrazione alla pinacoteca permanete del piano superiore, una sorta di espansione didattica che offre uno sfaccettarsi di ulteriori dettagli della pittura di questo grande protagonista dell’Ottocento. Se poi pensiamo che – e qui una piccola nota polemica non di certo contro l’esposizione- qualcuno con le opere presenti nei nostri depositi voleva “far cassa”, affittandole ad altri paesi, comprendiamo quanto siano necessarie alla nostra cultura operazioni di questo tipo, approntate, tra l’altro, con dei bassi budget in un momento di forte carenza di risorse.
La mostra è curata dalla prof.ssa Christine Farese Sperken, docente di storia dell’arte presso l’Università di Bari e da due giovani dottori di ricerca Edoardo Trisciuzzi e Nicola Zito.


Periodo: dal 28 luglio 2013 al 7 gennaio 2014

“L’era della Grand Pubblicitè”

Questo è un breve post di commento a quanto sta accadendo in questi giorni a Firenze circa un ipotetico ritrovamento delle spoglie di Monnalisa Gherardini (la probabile Gioconda ritratta da Leonardo).
Qui, invece, riporto le notizie superficiali divulgate dalle testate giornalistiche e dai telegiornali nell’era della grand pubblicitè (la nostra)Se ne è presa una a caso di agenzia, una che possa assomigliare a quanto viene raccontato nei telegiornali ( è un’agenzia, di solito non forniscono approfondimenti ma è per far comprendere come il messaggio sbagliato si insinui facilmente nei meandri dell’informazione).
 (AGI) – Firenze, 10 ago. -  Oggi a Firenze e’ stata aperta la Cripta dei Martiri nella Basilica della Santissima Annunziata, dove potrebbero essere contenuti i resti di Piero, figlio di Lisa Gherardini, la prima modella di Leonardo per la sua Gioconda.
 Questo è invece un approfondimento di un professionista, Tommaso Montanari, interessante e affrontato con serietà e acuta ironia. Nel post si spiega lucidamente tutta la vicenda, per cui rimando ad esso.

Firenze, sulle tracce di Monna Lisa: dopo trecento anni aperta la tomba di famiglia

Invito, come sempre, a non bere a tutto quello che si sta dicendo in quella scatolina infernale (tv). Badate, i pazzi non sono gli storici/storici dell’arte che “vogliono risolvere solo con i documenti” le complesse problematicità della storia -così ha detto questo Vinceti intervistato nell’edizione del tg la7- , i pazzi sono questi signori schiavi dell’audience, del denaro e di una necrofilia spettacolarizzante. Il problema storico, tra l’altro, non sussiste neanche, poiché -come sottolinea lo stesso Montanari- a cosa può servire ritrovare i resti di questa poveraccia? Può servire a lanciare servizi buffonata nei vari programmi pseudoscientifici- che a loro volta vengono profumatamente pagati dagli sponsor-, può servire a esporre le ossa di un cadavere e vendere i biglietti a qualche rincretinito, ma non serve assolutamente alla storia e alla ricerca storico artistica. La cosa che più da rabbia è che questi personaggi, senza alcuna onestà, si presentano al pubblico come storici d’avanguardia piuttosto che come imbonitori d’accatto. Veri e propri cialtroni insomma…

sabato 18 maggio 2013

Notte dei Musei 2013: esserci o non esserci?

 



Prendere sempre le cose per quello che potrebbero significare e non per come esse appaiono. Impazzano sul web pagine e pagine dedicate all’evento di questo weekend: la Notte dei Musei. La nostra attenzione -perlomeno quella dello scrivente-, a differenza di quel che spesso ci prefiguriamo di fare, e cioè di diffondere informazioni relative a eventi o manifestazioni culturali, si focalizza su tutto ciò che di contrariato e polemico si sia sollevato contro questa manifestazione.
Ebbene, per questo tour de force di risonanza nazionale, il nostro dimissionario Ministero (badate, Ministero, non Ministro!) dei Beni Culturali ha aperto alla collaborazione di associazioni di volontariato per garantire l’apertura e la fruizione dei numerosi siti e musei legati a questa Notte: «Apriamo alla collaborazione del mondo del volontariato per migliorare la fruizione del patrimonio culturale durante la Notte dei Musei 2013. Per maggiori dettagli potete chiamare al numero di tel. 06 67232197/2277».
Di per sé il fatto non dovrebbe fornire alcuna ragione per polemizzare, anzi, si dovrebbe essere orgogliosi del fatto che esista una folta presenza di sano volontariato: una schiera di persone, solidali e volenterose, pronte a dedicare del proprio sacrosanto tempo ad una giusta causa; ben venga questo, sia chiaro!
Ma le cose non stanno precisamente così, poiché, provando a ragionare come il nemico, ossia come un Homo meramente oeconomicus, non avremmo alcuna difficoltà a rinvenire un vizio di forma e di mercato; un vizio che nasce nel momento in cui il tanto amato volontariato viene invocato e utilizzato per sostituire, e non per incrementare, quello che dovrebbe essere il compito eseguito dal lavoro professionista.
Queste le dichiarazioni dell’On. Ilaria Borletti Buitoni :
In questi giorni sono state sollevate polemiche sull’uso dei volontari da parte del Ministero dei Beni Culturali per l’apertura straordinaria dei Musei del prossimo 18 maggio.
Vorrei solo ricordare a tutti che dal 2000 al 2013 la percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura è scesa da 0,39 % allo 0,22% e sono ridotte di circa 3000 persone il numero di risorse impiegate dal Ministero, a causa di scelte politiche attribuibili sia a Governi di centro destra che di centro sinistra.
In questo contesto è assolutamente impossibile che lo Stato abbia risorse sufficienti per ampliare l’offerta culturale senza ricorrere anche al sostegno dei volontari. Serve una vera e sostanziale inversione di tendenza, che porti a considerare centrale l’attività di tutela e valorizzazione del Patrimonio nazionale per lo sviluppo del Paese. Una volta modificato questo contesto poter dare finalmente una prospettiva di lavoro alle persone che hanno investito in una formazione culturale, come per esempio gli archeologi o gli storici dell’arte, diventerà non solo possibile ma anche prioritario. “
In parole povere non si fa che rinviare il problema ai posteri.
Questa invece la dichiarazione di Alessandro Pintucci, Presidente della Confederazione Italiana Archeologi:
È inaccettabile che il Ministero possa anche solo immaginare di compensare l’ormai annosa carenza di personale interno con l’utilizzo di volontari, possibilmente studenti o laureati del settore archeologico e storico-artistico. Se queste sono le premesse, il messaggio che arriva dal nuovo Governo non è certo positivo nei confronti delle migliaia di professionisti del settore dei beni culturali, che versano in gravissime condizioni economiche e sociali, vittime anche della crisi che sta attanagliando il paese”.
Come si accennava prima, il tutto sarebbe da considerare normale laddove esistesse una situazione di normale funzionamento del Ministero.
Non si fa che ritornare con ridondanza alla logica del tirocinio non pagato, dello stage non retribuito che sostituisce il lavoro e alla generazione di giovani soffocati dall’assenza di un lavoro che dia dignità, anche dopo un percorso di studi sofferto ma ancora qualificante.
A parere dello scrivente, non si tratta di una polemica inutile in perfetto stile italico, dettata dalla disperazione di tanti giovani che desidererebbero lavorare nella cultura; non è la protesta di un gruppo di persone che non arrivano a capire che il volontariato di una Notte non può cambiare le cose, non si tratta neanche di una comunità utopica ostile ad uno pseudo pragmatismo che, secondo il criterio del buon fine, vedrebbe del positivo in numerose persone avvicinarsi, sia pure per una sola serata, ai beni culturali. Si tratta, a parer mio, di persone formatesi e specializzatesi per operare quotidianamente e, magari, avvicinare tutti i giorni il pubblico al nostro patrimonio culturale. L’incentivo ai beni culturali e l’avvicinamento del pubblico non lo si ottiene grazie ad una notte, ma nasce dall’educazione, dal senso civico e dal senso di appartenenza; fattori che dovrebbero maturare dalla scuola, altra grande assente…
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lunedì 13 maggio 2013

domenica 24 febbraio 2013

Scorci di/da Trani

 Nel seguente post ho voluto ripercorrere brevemente alcune vicende legate al contesto storico in cui prende avvio la costruzione della chiesa, di solito mi soffermo sui particolari dell'edificio o dell'opera, ma questa volta ho preferito che siano le immagini a parlare.

La città di Trani, come la maggior parte dei centri pugliesi, ospita una  cattedrale romanica adagiata nel tessuto urbano del borgo antico. La sua collocazione in prossimità del castello non differisce da quella delle città limitrofe -il simbolo del potere religioso e laico doveva ben imprimersi sui popoli!- ma la sua posizione sopraelevata sul mare la rende unica: il suo campanile e la sua  sagoma bianca la rendono visibile da chilomentri di distanza; percorrendo gli oliveti della campagna circostante non si può fare a meno di notarla. La sua sopraelevazione ha vinto, dunque, anche sulle maglie urbane moderne che circoscrivono il vecchio borgo marinaro.
Il Duomo è dedicato a San Nicola Pellegrino, un uomo, greco d'origine, morto presso la stessa città in odore di santità  (canonizzato nel 1098). Si scelse così di edificare il nuovo tempio sulla precedente chiesa di Santa Maria della Scala cominciando dalla cripta; si venne così a configurare un luogo caratterizzato dalla coesistenza di tre ambienti sacri all'interno di un unico complesso.

Le fasi costruttive dovettero avere, tuttavia, un andamento altalenante a causa dell'instabilità politica del periodo e non risultano oggi del tutto chiare. Nel transetto sopravvive un lacerto di pavimento musivo, stilisticamente affine al famosissimo pavimento di Otranto datato 1160. Altra data di riferimento si rintraccia nella realizzazione del portale bronzeo ad opera di Barisano da Trani (1175-1180), artista che si mostra aggiornato sulle tecniche fusorie (siamo negli anni in cui Bonanno Pisano firma la porta di San Ranieri per il Duomo di Pisa). A chiudere i lavori, probabilmente entro la prima metà del Duecento, la terminazione del transetto, con rosoni e apparato scultoreo ricchissimo, ispirati a modelli d'oltralpe, da mettere in relazione all'influenza della cultura federiciana sul suolo pugliese.



Veduta della città di Trani
Veduta della Cattedrale
Facciata Cattedrale. Le arcatelle al livello inferiore della facciata sono la parte restante di un porticato di accesso alla chiesa.
Sagoma del Castello Svevo fotografato dalla Cattedrale
Cattedrale, navata centrale

Leone Stiloforo destro (portale maggiore)

Leone stiloforo sinistro


Particolari dell'apparato scultoreo






Interno transetto, parete di sinistra con bifore e quadrifora

Interno navata con vista decontrofacciata

Animale bifido

















giovedì 21 febbraio 2013