sabato 22 dicembre 2012

San Nicola di Bari: “alle sorgenti del romanico in Puglia”



Un breve viaggio nel cantiere medievale che, molto probabilmente, diede il via a quel meraviglioso fenomeno di arte medievale quale è il romanico pugliese.

La costruzione della Basilica di San Nicola è legata al trafugamento delle reliquie del Santo di Myra da parte di un manipolo di marinai baresi, avvenuto nel 1087, allorquando delle imbarcazioni si diressero verso la Licia per recuperare le reliquie minacciate dalle incursioni saracene. Il culto di San Nicola si era diffuso soprattutto in ambiente bizantino e, molto probabilmente, fu proprio durante il periodo di tale dominazione che prese piede in città la volontà di recuperare quelle reliquie. La cittadinanza barese, che era un pullulare di genti ed etnie diverse, si divise in due fazioni, la prima, aristocratica e legata al vescovo Ursone, voleva che le reliquie fossero custodite all’interno della cattedrale; l’altra, rappresentata dalle frange più popolari e dagli stessi marinai, vedeva nell’abate benedettino Elia, proveniente dall’abbazia di Cava dei Tirreni, la figura di garante e colui che avrebbe assicurato la costruzione di un nuovo luogo di culto, svincolato da legami con l’aristocratica Cattedrale di San Sabino. La costruzione del nuovo tempio iniziò dalla cripta, poiché, nel 1089, è attestata la consacrazione dell’altare con le reliquie (vera e propria consacrazione del cantiere ultimato avverrà solo nel 1197).

giovedì 20 dicembre 2012

La fine del mondo nel Trecento: il Trionfo della Morte secondo Buffalmacco

Personaggio sfuggente, restituitoci alla memoria come un burlone militante dalle pagine del Boccaccio, Buonamico Buffalmacco fu un pittore fiorentino attivo nella prima metà del Trecento. Sulla sua figura ci sono stati dubbi legati alla veridicità della sua esistenza, da potersi dire che le burle da lui architettate nei racconti trecenteschi -vere o no che siano state- si siano prese una rivalsa su di lui. Dell’esistenza di Buffalmacco infatti si iniziò a dubitare, poiché le uniche notizie che parlassero di opere da lui eseguite venivano dalle attribuzioni del Ghiberti nei suoi Commentari (scrivendo un secolo più tardi, il Ghiberti non si può considerare una vera e propria fonte, le notizie tramandateci da Boccaccio e dalle novelle del Sacchetti, non ci danno notizie precise sulla sua attività, piuttosto ci restituiscono, come si è detto, la figura di una sorta di eroe della burla). In realtà il ritrovamento di documenti d’archivio, tra cui quello che testimonia la sua iscrizione all’Arte dei Medici e gli Speziali di Firenze del 1320, non hanno fatto che dimostrare la fondatezza delle informazioni tramandateci nei Commentari.



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domenica 5 agosto 2012

Canne: con la cultura non si mangia (2.0)


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L’intero sito archeologico denuncia una situazione di cattiva o quasi assente manutenzione, una quasi assente valorizzazione del sito, una mancanza di finanziamenti che garantiscano quanto meno la tutela di ciò che finora è venuto alla luce.




L’area di Canne, nella sua complessità, risponde ad un grandissimo interesse archeologico per via della nutrita stratificazione culturale che va dalla preistoria  all’età moderna. Un'area ricchissima di testimonianze, che in età romana doveva fungere da vera e propria stazione di commercio della ricca e vicina Canosium, (essendoci, a quei tempi, la possibilità di navigare il vicino fiume Ofanto). Ad oggi recandoci sul posto ci troviamo dinanzi ad una collina percorribile dove si possono ammirare i resti dell’abitato medievale. Durante la campagna di scavo 2004-2005 sono venuti alla luce i resti di una villa di età imperiale, sita ai piedi di un leggera altura, di fronte alla cittadella medievale. Probabilmente l’antica Canne romana aveva un assetto differente da quanto oggi si pensa. Tutti ritrovamenti, questi, che dovrebbero  condurre verso la volontà di continuare le indagini con compagne di scavo, per comprendere quale fosse stata la realtà dell’antico vicus. Ciò non toglie che si possano trovare altre ville romane della stessa epoca  o di altre.


La situazione giuridica del sito risulta essere alquanto complicata, senza andare troppo indietro nel tempo partiamo da qui:
-1999 viene siglato un protocollo d'intesa tra il Comune di Barletta e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
-2009 legge regionale 44, provvede all'allargmantento della perimetrazione del parco dell'Ofanto (istituito precedentemente con legge regionale 37/2007).
Il protocollo tra Comune e Ministero sancisce una generale ripartizione di competenze che impegna la soprintendenza alla gestione del sito e il Comune al collegamento dello stesso oltre che a generali mansioni di manutenzione. Le finalità dell'Ente Parco dovrebbero essere quelle di promuovere attività, tutelare, recuperare e valorizzare il patrimonio naturalistico, archeologico, architettonico, promuovere attività culturali, promuovere attività di sensibilizzazione verso il territorio e la sua gestione consapevole. Se con il precedente protocollo le parti a dover convenire sono Ministero (tramite soprintendenza ai beni archeologici) e Comune, con le successive leggi regionali abbiamo un terzo attore istituzionale che può -o meglio potrebbe- finalizzare delle proprie attività verso il sito. 

Guardando le seguenti immagini vi renderete conto di come tutta la situazione giuridica trovi perfetto riscontro nella realtà, di come tutti gli attori istituzionali svolgano i propri compiti, che -nonostante non ci siano fondi per continuare gli scavi- il sito archeologico è perfettamente tutelato, ben collegato, non esiste alcun presupposto per poter sollevare inutili critiche (magari!). 


 
Canne - Creare presentazioni online

Putroppo, ad oggi, non solo non si vedono riprendere gli scavi, ma si vede l’intero complesso archeologico (insediamento pre-romano, villa romana, abitato medievale) in una situazione di cattiva o quasi assente manutenzione, una quasi assente valorizzazione del sito, una mancanza di finanziamenti che garantiscano quanto meno la tutela di ciò che finora e venuto alla luce. Eppure si parla di un cospicuo patrimonio, di un antiquarium che espone dei reperti unici, di un bellissimo connubio tra resti archeologici e bellezze naturali della valle ofantina, tra la caratteristica campagna di Puglia disseminata di ulivi e vigneti e la ricchissima avifauna. Tutte cose che desterebbero interesse persino nel visitatore più demotivato.
Una prima stesura di qust'articolo era stata approntata nell'estate 2011, ad oggi nulla è cambiato intorno al sito, non si può segnalare che degrado, atti vandalici e muri crollati per le piogge invernali. Malapena l'antiquarium resta aperto, con un bookshop pressappoco inesistente, reperti ancora da catalogare collocati in cassette di plastica, capitelli corinzi lasciati alla rinfusa . Non basta, la nuovo struttura architettonica, costruita per ospitare un ampliamento dell'antiquarium, appare del tutto in disuso e in abbandono, rimasta non finita e probabilmente con tutta l'impiantistica da terminare. La fontana Di San Ruggero, antica fonte collocata nello stesso agro, ancora del tutto deturpata dalle scritte di graffitisti decerebrati. Ancora, gli scavi archeologici appartenenti alla fase preromana del sito in completo stato di abbandono e in totale assenza di manutenzione, ricoperti da uno strato di sterpaglie che li rende illeggibili e quasi inpraticabili.
Il Comune di Barletta ha da poco perso dei finanziamenti comunitari per un ammontare di 750.000 euro, fondi che sicuramente non avrebbero risolto nemmeno una minuta parte dei problemi relativi a tutto il complesso, ma che, sicuramente, avrebbero potuto avviare degli interventi necessari .
Come è possibile che dinanzi ad una stratificazione così ricca di civiltà e cultura non si faccia niente per invertire la rotta? Interessante vedere come l'intero agro sia molto peculiare dal punto di vista paesaggistico, vera e propria sintesi delle colture tradizionali della zona; fattore, questo, che si dovrebbe integrare alla fruizione dei reperti e degli scavi presenti attraverso la promozione delle eccellenze enogastronomiche della zona. Non solo, la bellezza della compagna circostante, la presenza di numerosi tratturi -in realtà molti da risistemare- darebbero l'occasione di creare dei bellissimi percorsi ciclo turistici. Chi trarrebbe vantaggio da un progetto lungimirante? Domanda più che retorica.

Video Gallery:

Degrado, sprocizia e crolli 

Canne, è polemica

Chiude il bookshop

Video di oltreilguardo
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sabato 26 maggio 2012

Piranesi al CaixaForum di Madrid

Il CaixaForum di Madrid propone una mostra su uno dei geni più eccentrici del secolo XVIII. La mostra rimarrà aperta fino al 9 settembre e raccoglie più di 300 stampe originali del Piranesi. Giovanni Battista Piranesi è stato un incisore, architetto e teorico dell’architettura italiano; le sue famose tavole incise, segnate da un’intonazione drammatica, appaiono improntate ad un’idea di dignità e magnificenza; il senso nostalgico del grande passato romano, visto come irrimediabilente lontano. Carceri d’Invenzione (1745-1750) è una raccolta di 16 stampe che mostrano enormi sotterranei e possenti macchinari. Le visioni angosciose di questi ambienti angusti e soffocanti, dove lo spazio viene annientato dall’affastellarsi di setti murari e scale senza logica, influenzarono la successiva letteratura romantica.

Leonardo ai tempi della telegenia

Impazzano le polemiche sulla Battaglia di Anghiari, il capolavoro leonardesco che si sta cercando di riportare alla luce nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio.

In seguito alle ricerche e ai lavori condotti da parte dell’equipe guidata dall’ingegner Seracini, sono stati comunicati i dati relativi ai prelievi effettuati. Nel sensazionalismo prorompente di molti dei media nazionali  -e non solo- si avverte una ormai acquisita sicurezza sull’esistenza della celeberrima battaglia.
Le polemiche mosse dal solito obsoleto e contrariato dalla scienza “fronte del no” –evidentemente va di moda etichettare così chi va contro il “vero progresso”- vertono in realtà su alcune riflessioni  importantissime. Oltre al fatto che ad essersi schierati contro l’intervento a trapano sulla parete affrescata dal Vasari –e non si sta parlando mica di uno qualsiasi- compaiono le più importanti figure della cultura nazionale e internazionale, sia dal canto degli storici dell’arte che da quello dei restauratori, l’altro avvenimento che ha stizzito gli animi degli addetti ai lavori, sta nella mancata consegna dei prelievi effettuati a più laboratori, per il raffronto dei dati. Lo stesso OPD (Opificio delle Pietre Dure di Firenze) si è occupato del monitoraggio del team e non dell’analisi chimica dei prelievi, condotta da due laboratori privati, e solo successivamente tali prelievi saranno consegnati per l’analisi dell’OPD.
Premettendo che non si può fare ostruzionismo a priori, nei confronti di chi fa ricerca su un capolavoro -ammesso che sia davvero lì-, si dovrà tuttavia cercare di trarre delle conclusioni oggettive riguardo a tutto l’accaduto. Le questioni da sollevare sarebbero davvero tante; anche se valesse la pena di staccare l’affresco di Vasari, solo un’operazione di marketing a  basso profilo si prefiggerebbe di affrontare il problema così come è stato affrontato. Un progetto portato avanti seriamente, al contrario, concentrerebbe risorse e ricerche per evitare quello stacco ormai tanto agognato o aspetterebbe perlomeno dati più certi.
Viene senz’altro da sogghignare quando, all’interno di trasmissioni come Voyager, appaiono delle informazioni evidentemente erronee per creare quell’aura di mistero e fare incollare il pubblico agli schermi. Innanzitutto, ci terrei a sottolineare che, all’interno del servizio, quello che è l’Archivio di Stato di Firenze, accessibile ai più, con un rocambolesco colpo di bacchetta, viene trasformato improvvisamente in un luogo misterioso, in cui chissà quale dei più remoti misteri giace celato tra i polverosi scaffali. E’ un archivio di stato pubblico e fa parte di quelle categorie di beni culturali considerati relitti, proprio come si sta considerando il povero affresco di Vasari. Per quanto riguarda la questione dell’intercapedine, anche questa presentata come nuova mastodontica acquisizione, si sapeva già della sua esistenza, e già precedentemente era stato messo in evidenza come la stessa si sviluppi lungo tutta la parete e non solo nel luogo ipotetico dell’affresco.
In secondo luogo, tra le copie dell’opera vinciana, ripetutamente mostrate negli sconvolgimenti mediatici, in particolare quella straordinaria di Pieter Paul Rubens, non poteva essere realizzata dal pittore fiammingo come copia diretta dagli affreschi di Palazzo Vecchio, poiché il pittore era nato solo nel 1577 (anno in cui i lavori nel salone, almeno la parte relativa all’entourage vasariano, dovevano essere abbondantemente terminati).
A questo punto si potrebbe sollevare un ennesimo mistero, ossia, dove si trovavano gli affreschi di Leonardo? E’ possibile che Rubens abbia copiato la battaglia staccata da qualche oscuro personaggio? Quale arcano messaggio conteneva la scena raffigurata dal Vinci? E’ possibile che la scritta all’interno dell’affresco del Vasari “cerca trova” si riferisca ad un incomprensibile codice cifrato all’interno dell’affresco?
Ovvio che no, si faceva un po’ di sana ironia, ma coglierei l’occasione per sottolineare che basterebbero delle piccolissime nozioni di storia dell’arte e di storia della critica d’arte –mi sia perdonata la menzione di materie umanistiche così infime ed inutili al progresso- per non rimanere ammaliati e considerare che, durante il cinquecento, prima di passare alla stesura finale dell’opera, i maestri realizzavano dei cartoni su cui veniva realizzata l’opera che avrebbero successivamente riportato su muro. E furono proprio i cartoni realizzati da Leonardo a sbalordire un’intera generazione di artisti, tanto da essere ancora citati nell’autobiografia di Benvenuto Cellini -iniziata a scrivere nel 1558-, lo stesso che li ha battezzati “scuola del mondo”, frase abusata e ormai diventata, paradossalmente, motto propagandistico dell’operazione stessa. Ma allora come mai si sente ripetere continuamente questa frase e riferirla agli affreschi di Leonardo, soprattutto nelle sortite megalomani dei politici in prima linea? Riporto di seguito il passo di Cellini:
In questo proposito cadde in sul ragionar di Michelagnolo Buonarroti; che ne fu causa un disegno che io avevo fatto, ritratto da un cartone del divinissimo Michelagnolo. Questo cartone fu la prima bella opera che Michelagnolo mostrò delle maravigliose sue virtú, e lo fece a gara con uno altro che lo faceva: con Lionardo da Vinci; che avevano a servire per la sala del Consiglio del palazzo della Signoria. Rappresentavano quando Pisa fu presa da’ Fiorentini; e il mirabil Lionardo da Vinci aveva preso per elezione di mostrare una battaglia di cavagli con certa presura di bandiere, tanto divinamente fatti, quanto imaginar si possa. Michelagnolo Buonarroti, nel suo dimostrava una quantità di fanterie che per essere di state s’erano missi a bagnare in Arno; e in questo istante dimostra ch’ e’ si dia a l’arme, a quelle fanterie ignude corrono a l’arme, e con tanti bei gesti, che mai né delli antichi né d’altri moderni non si vidde opera che arrivassi a cosí alto segno; e sí come io ho detto, quello del gran Lionardo era bellissimo e mirabile. Stetteno questi dua cartoni, uno innel palazzo de’ Medici, e uno alla sala del Papa. In mentre che gli stetteno in piè, furno la scuola del mondo[1].
Nei giorni successivi, il sindaco Renzi -noto esperto di storia dell’arte e di tecniche di restauro !- ha dichiarato che l’intervento sulle aree restaurate del dipinto vasariano sarebbe possibile “fin da subito in quanto l’Opificio delle Pietre dure ci ha lasciato una mappa completa di tutti gli interventi di restauro effettuati sulla battaglia di Scannagallo nell’800 e nel ’900 ”.
Renzi ha anche scritto una lettera al ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi -altro esperto del settore !- per chiedere tutte le autorizzazioni.
Il sindaco ha infine chiarito di non avere alcuna intenzione di chiedere fondi al Ministero per proseguire i lavori di indagine ed eventuale stacco: “Stiamo parlando di Leonardo che fa il giro del mondo, non abbiamo alcun problema di finanziamenti, i soldi li troviamo dai privati”. Ecco svelato subito l’atteggiamento da uomo del denaro. Del resto, cosa ci si poteva attendere da chi voleva ricostruire la pavimentazione in cotto di Piazza della Signoria, da chi avrebbe fatto costruire ex novo, dai disegni michelangioleschi, la facciata della Basilica di San Lorenzo? State sani.
Buono spettacolo !

sabato 10 marzo 2012

Ritorno nella terra di Piero


Ritorno nella terra di Piero

Ma la verità è che non esiste un accesso diretto al reale: in nessuna circostanza della vita noi possediamo gratuitamente questa chiave, perché tutto, tutto è celato, tutto è sempre qualcosa e insieme qualcos'altro.


Nino Bizzarri, classe 1951, è un regista e sceneggiatore italiano. La sua carriera di cineasta inizia già dal 1974, anno in cui lavora come assistente di regia di Roberto Rossellini in Anno Uno. Dopo diversi film (mediometraggi, lungometraggi e documentari) inizia a realizzare alcuni ritratti di uomini illustri sotto forma di documentario, tra cui quello del celebre pittore rinascimentale Piero della Francesca.
Ritorno nella terra di Piero non è il solito documentario algido in cui si cerca di delineare il percorso artistico del pittore, piuttosto, si configura come la ricerca di un dialogo con il mondo e il modo -di narrare- dello stesso, attraverso una fusione degli elementi costitutivi della poetica di Piero.
L'attraversamento dei paesaggi, delle opere, dei deliziosi scorci di Urbino, rendono il lavoro di Nino Bizzarri un racconto che cerca di immedesimarci nell'arcano mondo di Piero, attraverso la creazione di una serie di legami stringenti; un microcosmo in cui le geometrie diventano volontà di conoscere e immortalare, e il suono della luce, che irrompe blando nelle stanze abitate dalle sacre conversazioni, sta alla base della stessa morfologia del mondo.
E' evidente, nell'operare del regista, un effetto di forte fascinazione dalla pittura di Piero, l'attrazione da quella narrazione posata ed eloquente che è la sceneggiatura stessa a definire come taciturna, un silenzio che tuttavia non può che rimanere impresso nell'esperienza estetica dell'osservatore (provate a godere per almeno mezzora degli affreschi di Piero con Storie della Vera Croce nella Chiesa di S. Francesco ad Arezzo).
Illuminante la scelta di musiche dal forte impatto estatico che ben si sposano con la narrazione figurata e parlata. Un lavoro che vuole creare un parallelismo tra due tempi, tra percezione attuale dei dipinti e tempo della loro lettura originale -quella antica-, non senza ricorrere ad inquadrature che sembrano rielaborare in chiave cinematografica gli spunti che, sin dai primordi, la pittura ha saputo fornire alla più moderna arte cinematografica.