giovedì 3 novembre 2011

Il tormento di un artista



Otto Dix  si forma nella temperie culturale tedesca che va dalle favolistiche atmosfere del cavaliere azzuro a quel virulento ritratto della degenerazione urbana che fornì la Brücke.  Il pittore nel 1905 dovette ammirare, come molti artisti della sua generazione, la mostra retrospettiva di Van Gogh a Dresda, la cui portata malinconica ebbe un grande riverbero nel mondo tedesco. Dopo aver partecipato a quel movimento sovversivo quale fu il Dada, intorno al 1920 il suo linguaggio si riaffaccia alla figurazione realistica; fenomeno affine in molte correnti artistiche Europee di questo periodo. Ed è in effetti al movimento della nuova oggettività che il nostro artista partecipa. Lo scenario culturale tedesco, dal disfacimento dell’impero alla nascita della repubblica di Weimar, fu un vero e proprio vulcano di idee. Sono gli anni del teatro corrosivo di Bertold Brecht e dei capolavori cinematografici di Pabst, Lang e Murnau, in cui lo strascico dell’espressionismo tedesco riaffiora costantemente come un fiume carsico, in cui il poeta o l’artista, tale non è, se non porta “il cuore cucito sulla camicia”. Una poetica incentrata sul ritrarre la cattiveria e le ingiurie umane, in cui la notte sopravanza sempre il giorno. Comprendiamo benissimo quanto questi artisti abbiano prodotto delle critiche all’andazzo politico-sociale devastante, in cui versava la Germania del primo dopoguerra, vessata dalle pesanti condizioni post-belliche, dall’aumentare dell’inflazione e dalla fame che incalzava su enormi fasce di popolazione. Si viene a delineare una cultura, che afflitta dagli andamenti, inizia a ritrarre gli orrori, le degenerazioni e l’impossibilità di poter uscire da una situazione vista e percepita come irreparabile. In tutto ciò si inserisce l’operato del nostro Otto Dix.


Trittico La guerra, 1929-32, Tecnica mista
Si tratta di un trittico, conformazione arcaizzante che permette un legame con le antiche tradizioni pittoriche, poiché dopo l’astrattismo,  è il contatto con la realtà che si vuole recuperare, per di più si ripropone la forma di un altare ecclesiastico. Non è più un Dio ad essere ritratto, ne’ la speranza, ma delle riprovevoli atrocità belliche. Il richiamo all’arte religiosa non è casuale ma ci accompagna anche nella scansione temporale dell’opera. Nel pannello a sinistra l’andata al calvario di una truppa di soldati che avanza in un clima burrascoso verso l’ avvenimento fatale. Nel comparto centrale l’apoteosi dell’irrazionale: un bombardamento che annienta ogni cosa ed è capace di polverizzare la carne di quell’uomo crocifisso in alto, ormai scheletro; il paesaggio è ormai lunare, la vaga citazione di un arco roccioso preso dagli sfondi delle madonne rinascimentali, ma la valle è infestata di corpi esanimi e tumefatti. Sarà stato un attacco missilistico?. Si fa avanti un soldato che cerca di proteggersi con la maschera antigas, addirittura la perfidia umana ha inventato aria assassina!!!. Nel terzo pannello, brandelli di speranza di un milite che cerca sopravvissuti.  Sotto, nell’ultimo pannello, il simulacro di Cristo supino si è trasformato nella salme dei caduti. Uno dei ritratti più angoscianti di quella che, da sempre, è stata la più grande genitrice di tragedie nella storia del genere umano, ma non si tratta solo di una rappresentazione, il nostro Otto Dix dovette viverla  –e non solo lui- come un incubo infinito escatologicamente diventato realtà. Persino dopo averla superata, il suo fantasma tornava a perseguitarlo nel mondo onirico, ed è questo quello che ha voluto mettere in tela nel 1929, all’indomani di un’altra enorme sciagura;  secolo sventurato il novecento!!

Martin
 

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