martedì 20 settembre 2011

Il nulla/zero delle forme




Kasimir Malevič (1878-1935), pittore dell’avanguardia russa, partì dalle esperienze del raggismo (corrente cubo-futuristica russa) per arrivare all’esperienza artistica che lo ha reso celebre e lo ha tramandato ai posteri come uno dei più grandi artisti delle avanguardie novecentesche. Il movimento artistico da lui fondato prenderà il nome di suprematismo.


L’opera è una tavola “presentante” un quadrato nero su sfondo bianco esposta nel 1915 alla mostra “0,10” di Pietrogrado. La volontà delle avanguardie di questo periodo è quella di affrancare l’arte dalla raffigurazione dell’oggetto; il suprematismo in questo giunge ad esiti estremamente corrosivi e ancora oggi non facili a capirsi. Volutamente l’artista ha assimilato l’opera ad un’icona religiosa russa, elemento questo fondamentale per poterla comprendere; le icone infatti nella loro piattezza espressiva , nella loro ieraticità, si scagliano con i propri valori verso l’osservatore, in una sorta di aggressione. Le opere suprematiste di Malevič hanno il carattere di icona proprio per potenziare la propensione allusiva dell’ ”immagine”.

Il suprematismo vuole la mise en scène del “senza oggetto” in assoluto, che non rappresenta, bensi’ “è”, la rappresentazione di questo “essere” che si manifesta proiettandosi in tutte le direzioni; affronta lo statuto ontologico dell’immagine stessa. Se dovessimo provare a paragonare l’ opera al linguaggio, non potremmo certo paragonarla al “come”, un avverbio che introduce alla somiglianza, ma al nostro artista interessa il “che”, ovvero la messa in atto di una funzione logica che introduce, ossia una semplice introduzione al niente, o ad altro.

Ma per poter comprendere questa assenza di oggetto -che non è mero nichilismo-, l’artista ci invita ad una profonda riflessione spirituale per una sorta di vittoria sul mondo materiale. La pittura è concepita come una specie di essere a se stante, all’interno della quale si manifesta l’ “altro”, senza essere quest’ “altro” immagine (o almeno non vuole esserlo).

Tuttavia potrebbe esserci un enorme paradosso in tutto questo, se tutto ciò è niente perché si mostra? Si mostra perché Malevič non nega le cose in nome della loro essenza , la sua astrazione ricerca il supremo, il silenzio l’assenza di forme, non è forse nell’assenza che si manifesta la presenza? A tal senso risultano illuminanti due passi dei suoi scritti “la natura è celata nell’infinito e nella diversità dei suoi aspetti, essa non si svela nelle cose, nelle sue manifestazioni, non possiede né linguaggio né forma…Nulla è conoscibile ma nello stesso tempo questo nulla eterno esiste”. Questo “Nulla” eterno è Dio, che se ci pensiamo non è che “Nulla”, non lo si puo’ comprendere e non lo si puo’ raffigurare; ma se le apparenzze si possono distruggere, il nulla no. Questo nulla-Dio, come recita lo stesso Malevič “non è stato detronizzato”. La vittoria sul mondo degli oggetti, significa evidenziare il fatto che non è importante che le cose siano, ma che aleggino sospese sul niente.


Risulterebbe difficile esporre la portata di quest’opera in altri termini, ma un paragone potrebbe aiutare ad esprimere il concetto. Alla luce di quanto detto sopra, vorrei porre un confronto secondo me calzante, tra il quadrato di Malevič e la stessa forza evocatrice del famosissimo monolito in 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. Il maestro doveva ben conoscere la poetica del russo….e non solo..


Non si devono prendere queste idee solo per la portata “visionaria” che esse hanno, ma si devono valutare anche per il forte influsso estetico che hanno avuto nelle arti applicate, nell’architettura, nel design e quant’altro. Anche questo ci aiuta non poco a leggere i nostri tempi e i nostri spazi (per i più scettici).

Martin

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