martedì 20 dicembre 2011

Savoldo, quando la natività di un pittore annulla le distanze



Questa Natività del Savoldo, si trova nella Chiesa di Santa Maria la Nova a Terlizzi, un piccolo centro dell'entroterra pugliese.
L'opera si data al 1540 ca. ed è la variante di un modello proposto dal pittore anche nella Natività presente nella pinacoteca Tosio Martinengo.
Il Savoldo, da buon bresciano, ci restituisce una splendida natività in cui ogni particolare retorico viene epurato, l'ambientazione è spoglia e non compare all'interno del quadro alcun richiamo alla divinità, sembra il ritratto di una famigliola di campagnoli. Il pasaggio in fondo è ottenuto mediante colori freddi, di piena derivazione nordica. L'unico particolare che allude alla divinità sta nel lume che svetta in fondo sull'orizzonte. La capannina è poverissima, persino il bue e l'asinello si son dileguati; ciascuna piega delle vesti si intride di verità. Il quadro dovette avere un'importanza non indifferente per il successivo sviluppo della pittura pugliese, e sebbene si percepisca dall' immagine uno stato di abrasione avanzato, non si può far altro che immaginare  il povero contadino del contado terlizzese immedesimarsi in quell'immensa umiltà, proprio come avrebbe fatto il suo omologo lombardo della padana . Ecco perchè l'arte annulla le distanze...

(il mio presepe)


sabato 10 dicembre 2011

La Cupola di Santa Maria del Fiore, da Vasari a Zuccari

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La realizzazione degli affreschi all'interno della Cupola del Duomo di Santa Maria del Fiore di Firenze, fu affidata dapprima all'equipe del Vasari, poi, in seguito alla morte dell'aretino, che era diventato l'artista di corte preferito del duca Cosimo I, si chiamò a Firenze il pittore marchigiano Federico Zuccari; non senza crear sdegno tra gli artisti locali. In realtà il pittore marchigiano si era già meritato un gran plauso, da parte dei contemporantei, a causa dell'impresa decorativa all'interno della Villa Farnese  di Caprarola (a fianco del fratello Taddeo), e aveva avuto numerose esperienze da frescante in diverse città italiane (Cappella Grimani, chiesa di San Francesco della Vigna, Venezia; Cappella Pucci, chiesa di Trinità dei Monti, Roma;Duomo di Orvieto ) . Lo Zuccari si fa qui rapppresentante di una cultura figurativa tardo-manierista che gioca i suoi valori coloristici sullo studio delle iridescenze luministiche coreggesche, oltre che al gusto particolare per il ghiribizzo, il capriccio e l'orribile; elemento questo pienamente verificabile nelle scene infernali presenti nella Cupola, che apre nettamente a quelle che saranno le ricerche  artistiche del secolo successivo. In seguito all'inpresa fiorentina, il marchigiano, si fece realizzare un medaglione d'oro per autocelebrarsi; la sua ascesa a pittore europeo non ebbe battute d'arresto nonostante le continue Calunnie a cui fu sottoposto, fino ad arrivare a rivestire il ruolo di prestigio di Principe della neofondata Accademia di San Luca nel 1595, con l'approvazione di Sisto V.


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venerdì 2 dicembre 2011

Canne: con la cultura non si mangia.



Il sito archeologico di Canne della Battaglia è imprescindibilmente legato alla celebre battaglia del 216 a.c., in cui il famoso condottiero Annibale con i suoi suoi 40.000, riuscì a dare una bella lezione di strategie militare ai romani che si schieravano con un esercito avente il doppio di forze . Una battaglia considerata molto importante, sia dal punto di vista della strategia militare, sia per la grande reazione di orgoglio che scatenerà nei romani, che porterà alla fine dell’intera guerra e ridisegnerà la mappa politica dell’intero mediterraneo (puntata Ulisse).

L’area di Canne risulta di grande interesse archeologico per via della nutrita stratificazione culturale, che va dall’età della pietra all’età moderna. Un’area ricchissima di testimoniane, che in età romana divenne vera e propria stazione di commercio della ricca e vicina Canosium, essendoci, a quei tempi, la possibilità di navigare il vicino fiume Ofanto. Ad oggi recandoci sul posto ci troviamo dinanzi ad una collina percorribile, dove si possono ammirare i resti dell’abitato medievale.
A rigor di logica la città medievale potrebbe essere sorta sulla precedente Cannae romana, ma le cose potrebbero anche non essere così. Durante la campagna di scavo 2004-2005 sono venuti alla luce i resti di una villa di età imperiale, sita ai piedi di un leggera altura, di fronte alla cittadella medievale. Probabilmente l’antica Canne romana era sita proprio nei pressi di questo ritrovamento a valle, dove molto verosimilmente la città avrebbe potuto configurarsi nel suo ruolo di emporio fluviale, piuttosto che arroccata sul colle. Questi sono tuttavia gli interrogativi che un ritrovamento del genere pone, tutti quesiti che dovrebbero  condurre verso la volontà di continuare con compagne di scavo imponenti per comprendere quale realtà fosse l’antico “vicus” . Ciò non toglie che si possano trovare altre ville romane della stessa epoca di elevato pregio.
La situazione giuridica del sito è alquanto complicata, senza andare troppo indietro nel tempo partiamo da qui:
-1999 viene siglato il protocollo d’intesa tra il Comune di Barletta e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
-2009 legge regionale 44, provvede all’allargmantento della perimetrazione del parco dell’Ofanto (istituito precedentemente con legge regionale 37/2007).
Il protocollo tra Comune e Ministero sancisce una generale ripartizione di competenze che impegna, la soprintendenza alla gestione del sito e il Comune al collegamento dello stesso oltre che a generali mansioni di manutenzione. Le finalità dell’Ente Parco dovrebbero essere quelle di promuovere attività, tutelare, recuperare e valorizzare il patrimonio naturalistico, archeologico, architettonico, promuovere attività culturali, promuovere attività di sensibilizzazione verso il territorio e la sua gestione consapevole.
Se con il precedente protocollo le parti a dover convenire sono Ministero (tramite soprintendenza ai beni archeologici) e Comune, con le successive leggi regionali abbiamo un terzo attore istituzionale che può -o meglio potrebbe- finalizzare delle proprie attività verso il sito.
Guardando le seguenti immagini vi renderete conto di come tutta la situazione giuridica trova perfetto riscontro nella realtà, di come tutti gli attori istituzionali svolgano i propri compiti, che -nonostante non ci siano fondi per continuare gli scavi- il sito archeologico è gestito benissimo, ben collegato, non esiste alcun presupposto per poter sollevare inutili critiche. Un’area in cui lo scontro tra due titani decretò l’inizio della successiva egemonia romana nel mediterraneo, ma non interruppe quella confluenza di popoli, caratteristica della penisola intera che qui si può seguire benissimo. E non possiamo che gioire a  vedere immagini del genere….
 




Martin

giovedì 3 novembre 2011

Il tormento di un artista



Otto Dix  si forma nella temperie culturale tedesca che va dalle favolistiche atmosfere del cavaliere azzuro a quel virulento ritratto della degenerazione urbana che fornì la Brücke.  Il pittore nel 1905 dovette ammirare, come molti artisti della sua generazione, la mostra retrospettiva di Van Gogh a Dresda, la cui portata malinconica ebbe un grande riverbero nel mondo tedesco. Dopo aver partecipato a quel movimento sovversivo quale fu il Dada, intorno al 1920 il suo linguaggio si riaffaccia alla figurazione realistica; fenomeno affine in molte correnti artistiche Europee di questo periodo. Ed è in effetti al movimento della nuova oggettività che il nostro artista partecipa. Lo scenario culturale tedesco, dal disfacimento dell’impero alla nascita della repubblica di Weimar, fu un vero e proprio vulcano di idee. Sono gli anni del teatro corrosivo di Bertold Brecht e dei capolavori cinematografici di Pabst, Lang e Murnau, in cui lo strascico dell’espressionismo tedesco riaffiora costantemente come un fiume carsico, in cui il poeta o l’artista, tale non è, se non porta “il cuore cucito sulla camicia”. Una poetica incentrata sul ritrarre la cattiveria e le ingiurie umane, in cui la notte sopravanza sempre il giorno. Comprendiamo benissimo quanto questi artisti abbiano prodotto delle critiche all’andazzo politico-sociale devastante, in cui versava la Germania del primo dopoguerra, vessata dalle pesanti condizioni post-belliche, dall’aumentare dell’inflazione e dalla fame che incalzava su enormi fasce di popolazione. Si viene a delineare una cultura, che afflitta dagli andamenti, inizia a ritrarre gli orrori, le degenerazioni e l’impossibilità di poter uscire da una situazione vista e percepita come irreparabile. In tutto ciò si inserisce l’operato del nostro Otto Dix.


Trittico La guerra, 1929-32, Tecnica mista
Si tratta di un trittico, conformazione arcaizzante che permette un legame con le antiche tradizioni pittoriche, poiché dopo l’astrattismo,  è il contatto con la realtà che si vuole recuperare, per di più si ripropone la forma di un altare ecclesiastico. Non è più un Dio ad essere ritratto, ne’ la speranza, ma delle riprovevoli atrocità belliche. Il richiamo all’arte religiosa non è casuale ma ci accompagna anche nella scansione temporale dell’opera. Nel pannello a sinistra l’andata al calvario di una truppa di soldati che avanza in un clima burrascoso verso l’ avvenimento fatale. Nel comparto centrale l’apoteosi dell’irrazionale: un bombardamento che annienta ogni cosa ed è capace di polverizzare la carne di quell’uomo crocifisso in alto, ormai scheletro; il paesaggio è ormai lunare, la vaga citazione di un arco roccioso preso dagli sfondi delle madonne rinascimentali, ma la valle è infestata di corpi esanimi e tumefatti. Sarà stato un attacco missilistico?. Si fa avanti un soldato che cerca di proteggersi con la maschera antigas, addirittura la perfidia umana ha inventato aria assassina!!!. Nel terzo pannello, brandelli di speranza di un milite che cerca sopravvissuti.  Sotto, nell’ultimo pannello, il simulacro di Cristo supino si è trasformato nella salme dei caduti. Uno dei ritratti più angoscianti di quella che, da sempre, è stata la più grande genitrice di tragedie nella storia del genere umano, ma non si tratta solo di una rappresentazione, il nostro Otto Dix dovette viverla  –e non solo lui- come un incubo infinito escatologicamente diventato realtà. Persino dopo averla superata, il suo fantasma tornava a perseguitarlo nel mondo onirico, ed è questo quello che ha voluto mettere in tela nel 1929, all’indomani di un’altra enorme sciagura;  secolo sventurato il novecento!!

Martin
 

giovedì 13 ottobre 2011

Crescita o degrado?



Continuano le riflessioni, ammesso che tali le si possano considerare, sulle misure da emendare alla scorsa manovra finanziaria, al fine di stimolare la crescita economica. Ebbene tra queste si prospetta l’opzione di un nuovo condono fiscale ed edilizio. Per quel che riguarda il condono edilizio, si sono pronunciati avversi il ministro dell’economia Tremonti, mentre aperture sempre nell’ambito della maggioranza provengono dall’on. Cicchitto.
Le ragioni pro condono -edilizio- sosterrebbero la possibilità di crescita economica, sia per la creazione di lavoro associato a questi ampliamenti sia per le nuove entrate relative alle utenze e alle tasazioni proporzionali alla dimensione dell’immobile stesso.
Le ragioni contrarie a questo condono hanno una natura più etica, sono più schierate per la difesa del paesaggio, dei contesti urbani e di diverse realtà, ma anche della sicurezza. Molti sono gli interrogativi che si pongono a riguardo, se poi pensiamo che buona parte dei vecchi condoni sono spesso caduti nelle voragini della burocrazia italiana, potremmo interrogarci sulla necessità di tale manovre.
Il problema di fondo è massiccio, e non si può tra l’altro comparare tutte le realtà italiane. Immaginiamo una palazzina costruita a norma, a magari 325 m dalla battigia della costiera amalfitana; ebbene potrebbero verificarsi situazioni, in cui si potrebbe “chiudere un occhio ” per ampliamenti fatti a  75 m dalla palazzina originaria, per  una volumetria non superiore al 25% della costruzione regolare (con limite di 130 m quadri). Vi sembra normale? ..non che la norma preveda ciò, anzi sembra del tutto omissivo il fatto che non si pronunci sulle zone soggette a vincolo. Allora come interpretarla visto che sono le regioni a porre vincoli, c’è da fidarsi?
Ora, in primis, chiunque in mala fede potrebbe vedere una regola del genere come un invito a costruire la propria dependance a qualche metro dal mare o da qualche bellezza naturale qualsiasi, per poi dichiarare o certificare in maniera truffaldina la costruzione della stessa avvenuta entro il 31 Dicembre 2010 (operazione questa molto facile); in secondo luogo non si può non tenere conto, con tanto di orgoglioso pregiudizio -per una volta-, che il testo in questione, sia stato partorito dall’illustrissimo On. Scilipoti, famosisimo per le sue conoscenze in materia edilizia e di tutela del paesaggio, nonchè per il suo senso di responsabilità (testo qui sotto).
- a valutare la possibilità di procedere, allo scopo di reperire immediate e certe risorse, ad un condono edilizio per i piccoli abusi destinati all’edilizia residenziale, che preveda:
il condono edilizio per tutte le opere abusive realizzate entro il 31 dicembre 2010 in ampliamento di opere regolarmente assentite.
Per ultimazione si intende l’opera completamente definita nella sua volumetria e nella sua sagoma visiva (in caso di abitazioni occorre il tetto ed i muri perimetrali completi di intonaco e pitturazione esterni) ed esternamente esteticamente completate (con intonaco e pitturazione).
Che l’opera abusiva realizzata in ampliamento non debba essere superiore al 25% della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, e non deve costituire un ampliamento superiore a 400 metri cubi (circa 130 metri quadri).
Che l’ampliamento si considera tale anche se questo non è costruito in aderenza alla costruzione originaria, purché sia tutto realizzato entro la distanza di m. 75 dalla costruzione originaria regolarmente assentita.
Invito chiunque legga quest’articolo a confrontare le due differenti visioni,  e a meditare anche alla luce della cronaca più recente. Di certo tornerà utile guardare e riflettere su questa video intervista al Prof. Settis, che di sicuro non è uno Scilipoti qualsiasi. Una visione in cui in primo piano viene messa la bellezza e la sicurezza; perchè sottoporre gli amplimenti a meno norme di sicurezza? Meditate ..meditate…
 
Martin

sabato 8 ottobre 2011

Trophime Bigot o La Tour?






Cliccare il link qui sotto

http://archiviostorico.corriere.it/2010/ottobre/22/Trophime_Bigot_Tour__co_10_101022027.shtml



La man che forme angeliche dipinge: Guido Reni

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La datazione del Gesù Vegliato, per ragioni di natura stilistica, non dovrebbe allontanarsi molto dall’opera Incontro tra San Giovanni e Cristo di Napoli, un periodo in cui il maestro ha raggiunto la sua piena maturità stilistica ed è capace di raccontare scene sacre con l’eloquio di un vero predicatore. Il Reni segnerà poi la sua svolta nella celeberrima Pala della Peste di Bologna, datata 1633, opera nella quale quel suo schiarire ulteriormente la tavolozza nei bagliori dell’apparizione, ci permette di rintracciare le sue prime mosse verso quel periodo squisitamente poetico della sua carriera, denominato “periodo argenteo”.
Il Reni è stato un pittore celeberrimo che, uscito dalla scuola dei Carracci, riesce a ritagliarsi un suo spazio tra i grandi nomi della storia delle arti; un pittore che nella sua prima attività propose un linguaggio così versatile che piacque tanto a Roma proprio per la sua alternanza di modelli, da quelli dei suoi maestri Carracci, in particolare Ludovico, alle influenze caravaggesche. Reni si qualifica come un autentico narratore sacro del suo secolo, un pittore capace di creare rarefazioni ambientali tali da proiettare il fedele in una profonda meditazione sensoriale, tuttavia non estatica.
Il suo carattere rivoluzionario non va sottovalutato, poiché, se Caravaggio fu colui che credette al suo universo tutto fisico, Reni, altrettanto coraggioso, si fa portavoce di una visione più animista, dove la verità risiede nell’esistenza di una pacata rivelazione. Deve essere considerata anche la sua versatilità, che lo porta ora all’esecuzione di opere a tema profano, ora alla realizzazione di scene sacre per le quali la narrazione raffaellesca appare essere una precisa fonte di ispirazione. Un pittore che il Marino cantò così nella sua Galeria, esaltandone le qualità creazionistiche:

Che fai Guido, che fai?
La man, che forme angeliche dipinge,
tratta or opre sanguigne?
Non vedi tu, che mentre il sanguinoso
stuol di fanciulli ravvivando vai
nuova morte gli dai?
O nella crudeltà anche pietoso
fabbro gentil ben sai,
ch’ancor tragico caso è caro oggetto,
e che spesso l’orror va col diletto

Ottava riferita all’immagine sottostante, in cui, riferendosi alla Strage degli Innocenti del Reni, il poeta esalta la sua capacità di creare una realtà altra.






















Martin_oig
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lunedì 26 settembre 2011

Ut pictura poesis: Lanfranco-Ferrante Carlo





Mirasi dunque al primo aspetto assunta a mezo giorno, che è la parte del Tempio ove è posto i magg.r altare, sopra un Choro d’Ageli, et una seggia di nuvole la Vergine Gloriosa sedente in guisa che il sinistro ginocchio alquanto discosto, et elevato più del destro lascia l’altro più baso, e cadente; e mentre le gambe scorciano, i piedi sotto la gonna restano in parte scoperti, uscendo di sotto al lembo di essa la veste è copiosa di piegature sode, e perciò in se stessa rivolgendosi lascia, come à caso, veder quelle piante beate e, perciò in se stessa rivolgendosi lascia, come à caso, veder quelle piante beate e, come dal natural peso della lana, onde ella è finta esser tessuta, vien distesa adattandosi alle Verginee membra lascia insieme scorger la forma di quel sacro corpo, che di lei si copre. Ne però meno si distingue la forma delle gambe perché il lume sia dalle ginocchia che soprastanno, et si distendono in fuori, in parte à loro tolto.
Onde si cagiona l’ombra, ò sbattimento, mentre lo stesso lume scendendo dall’altissimo vertice della lanterna vien diffuso dalla gloriosa umanità di Chr.o et egualm.te con meravigliosa soavità dal profondo giuditio del pittore per tutto il campo aperto vien comparito con proporzione uguale nel disuguale distanze, e nell’aria, e sopra i corpi, et alle nuvole di tutta la veduta composizione.
Le braccia sono sollevate le mani aperte, il viso eretto verso l'altissima cima del cielo lasciando in ombra dolcissima il collo scopertosi, mà, ò dal riflesso del circostante lume, ò dalla diffusione del proprio interno splendore chiaro, e quasi senz'ombra, e la faccia è
accorciata dal mento ai crini, coperti di un velo che imita il cinericcio splendito cadente sopra gli omeri in onde soavi. Quinci con incredibile espressione dell'allegrezza, e dell'estasi amorosa, onde la Vergine e absorta, miransi ambi i lumi di lei immobilm.te affissi al centro del viso del suo caro figlio da cui ella rapita, e da gli angeli sollevata pendendo in mezo al campo dell'aperto cielo ascende”


 
Da " Descrittione della Cupola di S.Andrea della Valle depinta dal Cavalier Gio: Lanfranchi" scritto del letterato parmense Ferrante Carlo contemporaneo alla realizzazione degli affreschi del Lanfranco, del quale riporto solo la Descrizione della Vergine. Si tratta della trasposizone poetica dell'affresco stesso, in cui il letterato dialogando con le pitture  cerca di accompagnare il lettore in una sinestesia perfetta.


 





martedì 20 settembre 2011

Il nulla/zero delle forme




Kasimir Malevič (1878-1935), pittore dell’avanguardia russa, partì dalle esperienze del raggismo (corrente cubo-futuristica russa) per arrivare all’esperienza artistica che lo ha reso celebre e lo ha tramandato ai posteri come uno dei più grandi artisti delle avanguardie novecentesche. Il movimento artistico da lui fondato prenderà il nome di suprematismo.


L’opera è una tavola “presentante” un quadrato nero su sfondo bianco esposta nel 1915 alla mostra “0,10” di Pietrogrado. La volontà delle avanguardie di questo periodo è quella di affrancare l’arte dalla raffigurazione dell’oggetto; il suprematismo in questo giunge ad esiti estremamente corrosivi e ancora oggi non facili a capirsi. Volutamente l’artista ha assimilato l’opera ad un’icona religiosa russa, elemento questo fondamentale per poterla comprendere; le icone infatti nella loro piattezza espressiva , nella loro ieraticità, si scagliano con i propri valori verso l’osservatore, in una sorta di aggressione. Le opere suprematiste di Malevič hanno il carattere di icona proprio per potenziare la propensione allusiva dell’ ”immagine”.

Il suprematismo vuole la mise en scène del “senza oggetto” in assoluto, che non rappresenta, bensi’ “è”, la rappresentazione di questo “essere” che si manifesta proiettandosi in tutte le direzioni; affronta lo statuto ontologico dell’immagine stessa. Se dovessimo provare a paragonare l’ opera al linguaggio, non potremmo certo paragonarla al “come”, un avverbio che introduce alla somiglianza, ma al nostro artista interessa il “che”, ovvero la messa in atto di una funzione logica che introduce, ossia una semplice introduzione al niente, o ad altro.

Ma per poter comprendere questa assenza di oggetto -che non è mero nichilismo-, l’artista ci invita ad una profonda riflessione spirituale per una sorta di vittoria sul mondo materiale. La pittura è concepita come una specie di essere a se stante, all’interno della quale si manifesta l’ “altro”, senza essere quest’ “altro” immagine (o almeno non vuole esserlo).

Tuttavia potrebbe esserci un enorme paradosso in tutto questo, se tutto ciò è niente perché si mostra? Si mostra perché Malevič non nega le cose in nome della loro essenza , la sua astrazione ricerca il supremo, il silenzio l’assenza di forme, non è forse nell’assenza che si manifesta la presenza? A tal senso risultano illuminanti due passi dei suoi scritti “la natura è celata nell’infinito e nella diversità dei suoi aspetti, essa non si svela nelle cose, nelle sue manifestazioni, non possiede né linguaggio né forma…Nulla è conoscibile ma nello stesso tempo questo nulla eterno esiste”. Questo “Nulla” eterno è Dio, che se ci pensiamo non è che “Nulla”, non lo si puo’ comprendere e non lo si puo’ raffigurare; ma se le apparenzze si possono distruggere, il nulla no. Questo nulla-Dio, come recita lo stesso Malevič “non è stato detronizzato”. La vittoria sul mondo degli oggetti, significa evidenziare il fatto che non è importante che le cose siano, ma che aleggino sospese sul niente.


Risulterebbe difficile esporre la portata di quest’opera in altri termini, ma un paragone potrebbe aiutare ad esprimere il concetto. Alla luce di quanto detto sopra, vorrei porre un confronto secondo me calzante, tra il quadrato di Malevič e la stessa forza evocatrice del famosissimo monolito in 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. Il maestro doveva ben conoscere la poetica del russo….e non solo..


Non si devono prendere queste idee solo per la portata “visionaria” che esse hanno, ma si devono valutare anche per il forte influsso estetico che hanno avuto nelle arti applicate, nell’architettura, nel design e quant’altro. Anche questo ci aiuta non poco a leggere i nostri tempi e i nostri spazi (per i più scettici).

Martin

domenica 18 settembre 2011

Cecco: il più caravaggesco di Caravaggio?




resurrezione 1619-20 ca. oggi a Chicago

Francesco Boneri, in arte Cecco del Caravaggio, è stato un seguace del Caravaggio, molto probabilmente un suo vero e proprio allievo. Nel 1620 il marchese Guicciardini affida ad artisti di ortodossia caravaggesca il compito di decorare la cappella di famiglia nella chiesa di Santa Felicità a Firenze. Il quadro qui proposto faceva parte di questo progetto, ma non arrivò in sede per il rifiuto dello stesso committente. L'opera dovrebbe ascriversi al 1619-20 ca. ed è intrisa di tutti quei valori pittorici che Cecco aveva potuto apprendere dal Merisi. Il dipinto sembra addirittura più sfacciatamente caravaggista ddi un'opera del caravaggio: una scena densamente popolata che trova il suo precedente nelle Sette Opere di Misericordia del maestro, in cui i contrasti luministici si spingono fino all'esasperazione. La ressurrezione è vista come un portento in cui goffi personaggi annichiliscono dinanzi a un tal prodigio, lo sgomento è totale; un angelo libera il sepolcro mentre il trionfo del Cristo sulla morte domina la scena. La posa del Cristo ricorda vagamente quella del Giudizio michelangiolesco (citazioni che, non a caso, andava praticando anche il Merisi), lo stendardo da lui posseduto sembra quasi un fotogramma. Cecco è stato grandissimo pittore del quale non si ha grande memoria, ma dinanzi a capolavori di questo calibro non si può che apprezzare la sua virulenta interpretazione della pittura caravaggesca. Elabora un linguaggio quasi più osato di quello del maestro, dove, addirittura, il sepolcro dal quale risorge il Cristo viene intercalato all'interno di un vicolo romano, quel vicolo che divenne vero e proprio metro universale di questa pittura; è probabile che proprio per questi particolari l'opera venne respinta dal commitente.
La sua pittura è spesso popolata da figurini alquanto goffi, il che farebbe pensare ad una volontà dell'artista piuttosto che ad un'incapacità, un elemento che accresce la realtà della sua pittura.
Dalle fonti si evince che Cecco non seguì il caravaggio solo nelle "discipline" pittoriche ma anche in quelle di strada.

mercoledì 14 settembre 2011

Media & Scuola: Il Governo uccide la Scuola

Media & Scuola: Il Governo uccide la Scuola: Umberto Eco, durante un seminario tenuto all’Università di Bologna è stato molto chiaro sull'atteggiamento del Governo nei confronti della C...

Una piccola perla del Fracanzano


L'opera,una Santa Maria Egiziaca, si trova oggi all'interno della Certosa di San Martino a Napoli. C.Fracanzano fu abile allievo del De Ribera e fratello del più stimato Francesco (quest'ultimo fu maestro del grande Salvator Rosa).
A differenza del De Ribera, Cesare approda ad una pittura più stesa e accarezzata, priva di quegli ispessimenti materici che si registrano in molte opere del De Ribera, soprattuto la produzione devozionale della sua prima parte della carriera.
La Santa viene ritratta in meditazione con la compagnia di un bellissimo angelo la quale profilatura è tipica del Fracanzano. L'ambientazione fortemente scurita permette a Cesare di accarezzare i corpi con il tenue digradarsi della luce.
Santa Maria Egiziaca fu una prostituta pentitasi dopo il viaggio di pellegrinaggio a Gerusalemme, luogo in cui decise di cambiar vita e recarsi nel deserto a fare l'eremita cibandosi di radici bacche ed erbe.
In effetti la troviamo qui raffigurata in una visione mistica, mentre alla sua destra giace il piccolo brano di natura morta, molto probabilmente il suo pasto; un cibo che la santa non degna di sguardo pur di adocchiare la sua fonte di ispirazione mistica.
L'opera si trova nella Certosa di San Martino a Napoli, e dovrebbe essere collocarsi cronologicamente intorno al 1630 (lo suppongo non avendo trovato documentazioni a riguardo).

Martin_oig

martedì 13 settembre 2011

Le pietre che parlano

Il Duomo di Molfetta è stato costruito in due periodi diversi, dal XII sec. al XIII. Ad oggi il duomo presenta una facciata ad occidente tronca (la principale), molto probabilmente non completata o forse un’entrata secondaria. Nel complesso, tutta la sua stratificazione, si configura come uno dei massimi esempi di ibridismo medievale sul suolo pugliese. La copertura a cupole, molto anomala in questo periodo, ci proietta verso oriente, come anche i piccoli archetti ciechi presenti sulla facciata absidale. Queste cupolette hanno la particolarità di alludere alla struttura del trullo nella loro copertura esterna, elemento questo presente in molte chiese della zona. Altra anomalia, la presenza di due torri, delle quali una ha funzione campanaria, l’altra era una torre di avvistamento. L’intero edificio, oggi circondato su un fianco da una banchina, un tempo si stagliava sul mare; lo si incontra quasi per caso, sebbene sia molto visibile dal mare, addentrandosi nelle vecchie stradine del borgo.

Si tratta di veri e propri gioiellini architettonici, piccoli ritagli di storia che si incagliarono lungo le arterie delle vie di pellegrinaggio, nei polmoni di questi bellissimi borghi marinari popolati -ormai si potrebbe quasi dire un tempo- dalla vivacità istrionica dei pescatori; realtà in cui le pietre si sono meravigliosamente conservate congelando i tempi storici.

Quando si viene da queste parti, le forme del mediterraneo tutto, anche quelle non propriamente cristiane, si fondono in un riverbero generato dell’eco di queste pietre narranti, aprendoci gli orizzonti verso il mare, verso l’ignoto …verso altro.

Martin

S.Settis alla festa del Fatto Quotidiano

Settis agredisce la politica di tagli indiscriminati alla cultura intrapresa dal governo Berlusconi, sostenendo che le risorse da investire nel comparto cultura sarebbero da recuperare nella grande evasione fiscale.